LA MASCHERA DI PIETRA. Un racconto in puntate di Vania Fereshetian
LA MASCHERA DI PIETRA
Un racconto in puntate
di Vania Fereshetian
PUNTATA PRIMA: Il Bacio dello Straniero
Borgo di Sorano, Toscana “La Città del Tufo”
Il tufo rosso di Sorano aveva inghiottito secoli di segreti, e ora, nella nebbia di un ottobre che sapeva già di morte, stava per inghiottirne un altro.
Elena Vossi camminava lungo il Vicolo della Fortezza con il passo di chi non ha mai imparato a chiedere scusa per il proprio silenzio. Trentasei anni, occhi color del caffè ristretto, quello che si beve nelle trattorie dove nessuno parla se non per scommettere sulla pioggia e una bocca che sorrideva solo quando la situazione lo meritava, il che accadeva raramente. Ex criminologa della Scientifica di Roma, adesso restauratrice di affreschi dimenticati in chiese di campagna. Non era fuga, diceva lei. Era “cambiare prospettiva”. La verità era che Roma le aveva rubato qualcosa che non avrebbe mai nominato a voce alta, e Sorano le offriva muri spessi come promesse non mantenute.
Indossava un cappotto color cammello troppo leggero per quella sera, e i suoi capelli castani raccolti in uno chignon disfatto lasciavano cadere ciocche sul collo come se anche loro fossero stanche della disciplina. Portava sempre un taccuino Moleskine nella tasca interna, quello con l’elastico nero consumato, e una penna stilografica appartenuta a suo padre. “Gli oggetti hanno memoria”, diceva ai clienti quando restaurava una cornice o un altare. “Noi siamo solo i loro amanuensi.”
Quella sera, il borgo era un teatro di ombre. Le case scavate nel tufo si ergono come facce pietrificate, le finestre illuminate sembrano occhi che spiano. Elena stava tornando dalla chiesa di Santa Maria Maddalena, dove aveva passato otto ore a ripulire un affresco del Seicento raffigurante la Maddalena penitente — curioso, pensò, come sempre la Chiesa facesse penitenza delle donne più interessanti.
Il campanile dell’orologio batteva le undici quando sentì i passi dietro di sé. Non i passi di un residente, a Sorano, dopo le dieci, le strade appartengono solo ai gatti e ai segreti. Questi erano pesanti, deliberati, di chi non ha paura di essere sentito.
“Signorina Vossi.”
La voce era bassa, roca, con un accento che non riusciva a collocare. Non toscano, non del tutto. Qualcosa di più settentrionale, ammantato di qualche anno all’estero.
Si voltò. L’uomo indossava un impermeabile color tabacco e un cappello a tesa larga che nascondeva gli occhi nell’ombra. Era alto, le spalle larghe, le mani, quelle che stringevano i bordi del cappotto, erano eleganti, da pianista o da chirurgo.
“Mi conosce?” La sua voce non tradì sorpresa. Elena aveva imparato che la sorpresa è un lusso che non ci si può permettere.
“La conosco per il suo lavoro.” L’uomo fece un passo avanti, entrando nel cerchio di luce gialla di un lampione a gas. Sorano conservava, tra le mani, alcuni oggetti, per turisti romantici e per chi, come Elena, preferiva vedere il mondo attraverso una luce che tremola. Poi disse, “L’affresco della Maddalena. Ha scoperto qualcosa, vero? Sotto lo strato superiore?”
Elena sentì il cuore accelerare, ma il suo viso rimase immobile. Sì, aveva trovato qualcosa. Una firma, parzialmente cancellata, che non apparteneva al pittore noto. E sotto la firma, una data: 1643. E sotto la data, quasi invisibile, una lettera: V.
“Non capisco di cosa parla.”
L’uomo rise. Era una risata senza allegria, quella di chi ha visto troppo per sorprendersi ancora. “Mentire bene, signorina Vossi. È un talento raro. Ma le consiglio di non usarlo con me.” Tese una mano. Nella palma giaceva un oggetto che fece irrigidire Elena: una maschera di pietra, grande quanto il palmo di una mano, raffigurante un volto femminile con gli occhi chiusi. “La Maschera di Vesta”, disse l’uomo. “Sapeva che Sorano nasconde un culto che risale agli Etruschi? Una società segreta che…”
Un rumore di vetro infranto li interruppe. Dalla Piazza del Masso Leopoldino, sopraelevata sulla rupe, qualcuno gridò. Non un grido di paura, di terrore.
L’uomo si voltò, e per un istante la luce colpì il suo viso. Elena vide zigomi alti, una cicatrice che attraversava il sopracciglio sinistro come un fulmine su tufo, e occhi di un azzurro così intenso che sembrava artificiale. Poi lui corse verso la piazza, e lei, contro ogni buonsenso, contro ogni promessa fatta a se stessa di non immischiarsi mai più, lo seguì.
La Piazza del Masso Leopoldino è un balcone di pietra sospeso sul vuoto, costruito dal Granduca Leopoldo nel Settecento per impressionare i sudditi con la potenza della ragione umana. Quella sera, la ragione umana giaceva a terra in una pozza di sangue che si espandeva lenta, quasi rispettosa, sulle pietre millimetrate.
Era un uomo sulla cinquantina, vestito con l’eleganza di chi ha denaro vecchio e lo sa. Il sangue usciva da una ferita alla tempia, ma Elena, che aveva visto cadaveri in quantità sufficiente a non più contarli, notò subito qualcosa di strano. La ferita era pulita, quasi chirurgica. E nelle mani del morto, strette con forza contro il petto, c’era un altro oggetto di pietra. Identico a quello che l’uomo misterioso le aveva mostrato.
“Non tocchi nulla.” La voce dell’uomo era cambiata. Più dura, più fredda. Si inginocchiò accanto al corpo, ignorando il sangue che gli macchiava i pantaloni di lana. “Lorenzo Ferretti. Banchiere. Proprietario del palazzo più grande del borgo. E,” aggiunse, alzando lo sguardo verso Elena, “mio padre.”
Il silenzio che seguì fu rotto dalle sirene della polizia di provincia, che risalivano la strada serpeggiante da Pitigliano. Elena si accorse di avere le mani che tremavano, non per il cadavere, ma per il modo in cui l’uomo aveva detto “mio padre”, come se pronunciasse una sentenza, non un legame.
“Non mi ha ancora detto il suo nome”, disse lei.
L’uomo si alzò. Nel chiarore della luna che filtrava tra le nuvole, il sangue sul suo viso sembrava inchiostro nero. “Gabriel Ferretti. E prima che me lo chieda: sì, sono sospettato. Sempre, in questo borgo, chi nasce Ferretti è sospettato.” Si avvicinò, così vicino che Elena sentì il profumo di legno di cedro e tabacco. “Ma lei, signorina Vossi, è l’unica che può dimostrare la mia innocenza. Perché solo lei sa cosa c’è sotto quell’affresco. E solo lei sa perché mio padre è morto con la Maschera di Vesta tra le mani.”
“E se mi rifiutassi?”
Gabriel sorrise per la prima volta. Era un sorriso che non toccava gli occhi, quegli occhi troppo azzurri, troppo antichi. “Allora scoprirà che a Sorano, signorina Vossi, le pareti non solo hanno orecchie. Hanno anche denti”.
Tre giorni prima
Il caffè era ormai freddo nella tazza di ceramica che Elena aveva comprato al mercato di Pitigliano. Era seduta nel suo studio, una stanza scavata nel tufo, naturalmente, con una finestra che guardava il Vie Cave, i sentieri etruschi tagliati nella roccia come ferite nel paesaggio. Sul tavolo, documenti sparsi: il contratto per il restauro, le foto dell’affresco prima del suo intervento, e la lettera che aveva cambiato tutto.
Era arrivata tre giorni fa, senza mittente. Carta pesante, filigrana con un serpente che si morde la coda.
“La Maddalena non è quella che sembra. Sotto il peccato, c’è il potere. Sotto il potere, c’è la verità. Cerchi la V. E faccia attenzione: a Sorano, chi cerca la verità trova la morte.”
Elena aveva riso, allora. Una risata amara, quella di chi ha imparato che le minacce scritte sono le meno pericolose. Ma aveva comunque preso la lente d’ingrandimento e aveva esaminato l’affresco con occhi diversi.
Era lì che aveva trovato la firma nascosta. Non sotto la Maddalena — dentro la Maddalena. Nelle pieghe del suo vestito rosso, dipinto con una vernice leggermente diversa, quasi invisibile a occhio nudo ma evidente sotto luce radente. V.V., e la data: 1643.
E adesso, nella luce fredda del lampione della piazza, con un morto ai suoi piedi e un uomo misterioso che le prometteva pericoli, Elena capì che quella lettera non era una minaccia.
Era un invito.
Il Commissario Aldo Marchetti
Arrivò con l’eleganza di chi sa che il proprio ritardo è un’affermazione di potere. Cinquantacinque anni, pancia da buongustaio, occhi piccoli e vivaci come quelli di un cardellino. Indossava un completo blu che avrebbe dovuto essere più stirato, e una cravatta con le farfalle che Elena trovò subito offensiva per la circostanza.
“Commissario Marchetti, Squadra Mobile di Grosseto,” disse, mostrando un tesserino con la foto di vent’anni prima. “E lei è… ah, sì. La restauratrice. Quella che ha trovato il corpo.” Guardò Gabriel con un’espressione che Elena non riuscì a decifrare. Non era ostilità, né sorpresa. Era qualcosa di più antico: rassegnazione. “E lei, Ferretti. Naturalmente.”
“Naturalmente,” ripeté Gabriel, senza alzarsi da dove era inginocchiato. “Mio padre è morto, Marchetti. Anche solo per una volta, potrebbe mostrare un minimo di…”
“Di cosa? Di rispetto?” Il commissario rise, ma nei suoi occhi non c’era umorismo. “Lorenzo Ferretti ha comprato metà di questo borgo, ha fatto chiudere la miniera di alabastro che dava lavoro a trecento persone per aprire un resort di lusso, e ha fatto sparire chiunque si opponesse. Rispetto, Ferretti, si guadagna.” Si voltò verso Elena. “Signorina Vossi, mi accompagni in commissariato. Domani mattina, prima possibile. Ho domande.”
“Ne ha adesso?”
Marchetti la guardò con nuovo interesse, come se avesse notato per la prima volta che aveva un volto, non solo una funzione. “Adesso ho un cadavere, un borgo intero che spia dalle finestre, e un’inchiesta che, lo giuro su mia madre, finirà in un cassetto se non trovo qualcosa entro la settimana prossima.” Si avvicinò, abbassando la voce. “Ma se vuole il mio consiglio professionale: torni a Roma. Stasera. Questo posto… Sorano non è fatto per le persone come lei. Qui le storie non finiscono bene. Finiscono sotto il tufo.”
Elena lo guardò negli occhi. “Sono già stata sotto il tufo, commissario. È più silenzioso di quanto si pensi. E a volte, il silenzio è preferibile al rumore.”
Marchetti sbatté le palpebre, sorpreso. Poi rise, una risata vera, questa volta. “Dannazione. Bene, signorina Vossi. Domani mattina, alle nove. E non faccia la saggia con me: qui, la saggezza è contagiosa, e io sono già abbastanza malato.”
La Casa del Tufo
Elena non dormì. Tornò alla sua abitazione, una casa del Cinquecento con le pareti spesse due metri e le finestre che guardano il Vie Cave come occhi semi-chiusi e si sedette davanti al fuoco del camino. Non per il caldo: il tufo mantiene una temperatura costante di quindici gradi tutto l’anno. Per la compagnia delle fiamme, che sono l’unica cosa che non giudica.
Sul tavolo, la maschera di pietra che Gabriel le aveva lasciato. “Tenga lei la Vesta”, aveva detto, con un tono che non ammetteva discussioni. “A me serve solo chi l’ha uccisa.”
Elena la esaminò con la lente d’ingrandimento. Era antica, certamente. Pietra locale, tufo rosso, ma lavorata con una maestria che non apparteneva all’epoca etrusca. Rinascimentale, forse. E gli occhi chiusi… non erano chiusi nel sonno. Erano chiusi nel rifiuto di vedere. Una Maddalena, forse. O una Vesta.
Il telefono squillò alle tre del mattino. Numero sconosciuto.
“Signorina Vossi.” La voce era distorta, meccanica. “Ha in mano qualcosa che non le appartiene. Restituisca la Maschera. O scoprirà che a Sorano, le pareti non hanno solo orecchie.” Click.
Elena rimase immobile, la cornetta in mano. Poi, con un gesto lento, appese e sorrise. Non un bel sorriso. Quello di chi ha appena capito che il gioco è iniziato, e che per la prima volta dopo anni, si sente viva.
Prese la penna stilografica di suo padre e aprì il Moleskine. Sulla prima pagina bianca, scrisse:
“Sorano, 23 ottobre. Lorenzo Ferretti, morto. Maschera di Vesta. Gabriel Ferretti — figlio, sospetto, salvatore? Firma nascosta nell’affresco: V.V. 1643. Avvertimento telefonico alle 03:00. Nota: chiunque abbia ucciso Lorenzo sa che ho la maschera. E sa dove abito.”
Chiuse il taccuino. Guardò fuori dalla finestra. Il Vie Cave era una ferita nera nel paesaggio, e qualcuno, qualcosa, si muoveva tra le ombre.
“Benissimo”, disse a voce alta, nel silenzio della casa di tufo. “Giochiamo.”
La nebbia del mattino avvolgeva Sorano come un sudario quando Elena, alle otto, uscì di casa diretta al commissariato. Non aveva fatto in tempo a percorrere dieci metri del Vicolo della Fortezza che una figura sbucò da un portone.
Era una donna sulla sessantina, avvolta in uno scialle nero che sembrava fatto di notte stessa. Aveva gli occhi di un grigio così pallido che sembravano ciechi, ma Elena capì subito che vedevano tutto e di più.
“La Maddalena non è quella che sembra,” disse la donna, con una voce che suonava come ghiaia su vetro.
Elena si irrigidì. “Lei ha scritto la lettera?”
La donna non rispose. Tese invece una mano nodosa, e nella palma giaceva un oggetto: una chiave antica, di ferro nero, con l’impugnatura a forma di serpente.
“La Cripta dei Ferretti. Sotto il palazzo. Lì troverà la verità.” Poi, con un gesto che fece drizzare i capelli a Elena, la donna le prese il polso con una forza sorprendente. “Ma attenzione, restauratrice. A Sorano, chi cerca la verità trova la morte. E chi trova la morte… diventa parte delle pareti.”
Lasciò il polso, si voltò, e scomparve in un vicolo così stretto che sembrava un taglio nella roccia.
Elena guardò la chiave. Pesante. Fredda. Viva.
E per la prima volta da quando era arrivata a Sorano, ebbe paura. Non del morto, non dell’uomo misterioso, non della voce al telefono.
Ma della sensazione — crescente, inesorabile — che il tufo non fosse una roccia morta.
Ma una memoria. E che quella memoria, finalmente, si fosse svegliata.
Fine della Prima Puntata
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