LA MASCHERA DI PIETRA: La Cripta dei Ferretti
LA MASCHERA DI PIETRA
Un racconto in puntate
di Vania Fereshetian
PUNTATA SECONDA: La Cripta dei Ferretti
Borgo di Pitigliano, Toscana — “La Piccola Gerusalemme”
Pitigliano si erge dal tufo come una cattedrale dimenticata dagli dei, e Elena Vossi la vide per la prima volta nella luce crudele di un mattino d’ottobre che non prometteva nulla di buono. Il commissario Marchetti aveva deciso, contro ogni logica, contro ogni protocollo che l’interrogatorio si sarebbe svolto non nel commissariato di Sorano, ma in quello di Pitigliano, a venti chilometri di strade serpeggianti che Elena percorse al volante della sua vecchia Fiat 500 color senape, tenendo il volante con le mani ancora sporche di polvere di tufo dalla notte senza sonno.
Il borgo di Pitigliano è diverso da Sorano. Dove Sorano è un labirinto verticale, case che si arrampicano una sull’altra come bambini impauriti, Pitigliano è un’isola. Una massa di tufo rosso isolata da due profonde valli, con la città che sembra galleggiare sopra il vuoto. Elena parcheggiò all’ingresso della Via Cavour e camminò sotto Porta Romana, l’arco cinquecentesco che segna il confine tra il mondo moderno e quello che Pitigliano ha deciso di conservare: vicoli così stretti che due persone non possono passare affiancate, case scavate nella roccia viva dove il tufo è diventato muro, soffitto, pavimento. L’aria sapeva di zolfo e di storia troppo lunga.
Il commissariato era una stanza singola nel Palazzo Orsini, con una finestra che guardava la Piazza della Repubblica dove un vecchio sedeva su una panchina da decenni, apparente decorazione permanente. Marchetti l’attendeva con due caffè in carta e un’espressione che Elena non riuscì a decifrare.
“Ha portato la maschera?” disse, senza salutare.
“Non mi ha chiesto di portarla.”
“Non le ho chiesto di venire a Pitigliano, eppure eccola.” Marchetti le porse un caffè. “Beva. È orribile, ma la terrà sveglia. Ne avrà bisogno.”
Elena accettò. Il caffè era effettivamente orribile, bruciato, amaro, con un retrogusto di metallo che suggeriva una macchinetta non pulita da mesi. Ma la fece sorridere, quasi. “Commissario, ieri sera mi ha detto di tornare a Roma. Oggi mi offre caffè e mi chiede di collaborare. Cosa è cambiato?”
Marchetti si sedette sulla scrivania, ignorando la sedia dietro di lei. Era un uomo che preferiva dominare lo spazio, anche fisicamente. “È cambiato che stanotte, alle 4:17, qualcuno ha incendiato il suo studio a Sorano.”
Elena sentì il sangue ritirarsi dalle dita. “Il mio studio?”
“Il fuoco è stato contenuto dai vigili del fuoco di Pitigliano, ma l’affresco della Maddalena è distrutto. Irrecuperabile.” Marchetti la osservava con attenzione da cardellino. “E c’è di più. Nel corso delle operazioni di spegnimento, i pompieri hanno trovato qualcosa dietro l’altare. Una porta. Nascosta nel tufo. Con una serratura che… beh, che sembra antica.”
Elena sentì la chiave di ferro nero che portava nella tasca del cappotto — quella che la donna misteriosa le aveva consegnato nella nebbia del mattino — e capì che il gioco si era appena complicato.
“E Gabriel Ferretti?” chiese, cercando di mantenere la voce neutra.
“In custodia cautelare. Per la sua sicurezza, dice il mio superiore.” Marchetti rise, ma non ci fu allegria. “Per la sua sicurezza. A Sorano, Ferretti è più al sicuro in cella che fuori. Ma non è questo il punto.” Si avvicinò, così vicino che Elena sentì l’odore di tabacco e aglio della sua colazione. “Il punto è che qualcuno vuole che lei smetta di cercare. E qualcun altro, forse la stessa persona, forse no, vuole che lei continui. Io non so da che parte stare, signorina Vossi. Ma so che a Sorano, quando il tufo parla, è meglio ascoltare.”
“Il tufo non parla, commissario. Il tufo ricorda.”
Marchetti la guardò con un’espressione nuova. Non più il cinismo del funzionario stanco, ma qualcosa di più vicino al rispetto. “Suo padre era archeologo, vero? Vossi… Vossi. Ho letto il suo fascicolo. Giuseppe Vossi. Scomparso in Egitto nel 2012. Mai ritrovato.”
Elena sentì la mascella irrigidirsi. Era un riflesso che non riusciva a controllare, un’armatura che si attivava automaticamente. “Mio padre era un ricercatore. Non un archeologo.”
“Un ricercatore che cercava la stessa cosa che lei sta cercando ora.” Marchetti prese una cartella dalla scrivania, ne estrasse una fotografia ingiallita. La mostrò a Elena. Era suo padre, giovane, in piedi davanti a una parete di tufo. Nella mano, una maschera identica a quella che giaceva nella sua tasca. Sotto la foto, una data: 1987. E una scritta a penna: Pitigliano. La Vesta ritrovata.
“Me lo dica lei, signorina Vossi,” disse Marchetti, con una voce che era diventata improvvisamente gentile. “Cosa sta cercando? E perché qualcuno è disposto a uccidere per impedirglielo?”
La Sinagoga Abbandonata
L’interrogatorio, se così si poteva chiamare una conversazione in cui nessuno faceva domande dirette, durò fino a mezzogiorno. Marchetti la lasciò andare con un avvertimento vago e un biglietto da visita con il numero di cellulare scritto a penna sopra quello stampato.
“Non entri in quel borgo da sola, stasera. Non dopo l’incendio. Qualcuno la sta aspettando, e non sono sicuro che voglia parlarle.”
Elena uscì nel sole accecante della piazza. Il vecchio sulla panchina era scomparso, sostituito da un gatto arancione che la osservava con gli occhi di chi sa tutto e giudica di conseguenza. Camminò senza meta lungo le vie di Pitigliano, lasciandosi guidare dall’istinto che aveva sviluppato negli anni di Scientifica, l’istinto che le diceva quando una scena del crimine stava mentendo, quando un indizio era nascosto in bella vista, quando il silenzio era più eloquente di qualsiasi confessione.
Si trovò davanti alla Sinagoga di Pitigliano, il tempio sefardita costruito nel 1598 quando il borgo ospitava una delle comunità ebraiche più fiorenti d’Italia. Ora era un museo, chiuso per restauro, con impalcature che coprivano la facciata come bende su un volto ferito. Ma la porta laterale, quella che conduceva al Mikveh, il bagno rituale scavato nel tufo, era socchiusa.
Elena non credeva nel caso. Credeva nella preparazione, nell’attenzione, nella capacità di riconoscere un invito quando veniva presentato. Entrò.
Il Mikveh era una cavità sotterranea, una piscina naturale alimentata da una sorgente che i geologi non riuscivano a spiegare, acqua dolce in mezzo al tufo poroso, un miracolo idrologico che le guide turistiche chiamavano “il cuore di Pitigliano”. Elena scese i gradini di pietra, sentendo l’umidità penetrare nei vestiti, l’odore di muffa e antichità che le riportava in mente le cantine di suo padre, i suoi “laboratori” che erano in realtà nascondigli per ricerche che l’università considerava “non ortodosse”.
La luce filtrava da una feritoia nel soffitto, creando un alone dorato sull’acqua nera. E nell’alone, seduto su una pietra a pelo d’acqua, c’era Gabriel Ferretti.
Non era in custodia cautelare, evidentemente. O forse lo era, e la sua prigione aveva dimensioni che Marchetti non conosceva.
“Lei segue le porte aperte,” disse Gabriel, senza alzarsi. “È un talento pericoloso, signorina Vossi. O una condanna.”
“E lei evade dalla custodia cautelare. Anche quello è un talento pericoloso.”
Gabriel rise. Era una risata diversa da quella della notte precedente, più giovane, più vulnerabile. “Marchetti mi ha rilasciato stamattina. Mio padre ha lasciato istruzioni precise nel suo testamento: se muore in circostanze violente, io devo essere protetto, non punito. Il vecchio bastardo,” aggiunse, con un tono che non riuscì a mascherare l’affetto, “aveva un senso dell’umorismo macabro.”
Elena si sedette su un gradino, mantenendo la distanza. L’acqua del Mikveh lambiva le sue scarpe, fredda, viva. “Mi dica della Maschera di Vesta. E della cripta.”
Gabriel la guardò per la prima volta con occhi che non erano velati di mistero. Erano semplicemente stanchi. “La Maschera di Vesta è un oggetto di potere. Non magico, non credo nella magia, signorina Vossi. Ma di potere politico, sociale, economico. La mia famiglia la possiede da secoli. Si dice che chiunque tenga la Maschera abbia il diritto di governare Sorano. Un diritto che risale agli Etruschi, passato attraverso i Romani, i Medici, i Lorena, fino ai Ferretti.” Si alzò, camminò verso la parete di tufo umido. “Mio padre non credeva nelle leggende. Credeva nei soldi. Ma negli ultimi mesi, qualcosa è cambiato. Ha cominciato a parlare di ‘la Verità’. Di ‘la V’. Ha ingaggiato lei per restaurare l’affresco non perché gli interessasse l’arte, ma perché sapeva che sotto la Maddalena c’era qualcosa di più importante.”
“La firma. V.V. 1643.”
“Valeria Volterra.” Gabriel si voltò, e la luce dorata colpì il suo viso, illuminando la cicatrice sul sopracciglio. “La mia antenata. La prima donna a possedere la Maschera. La prima a morire per essa. E, secondo la leggenda, la prima a nasconderla.”
Elena sentì il Moleskine nella tasca, la penna stilografica di suo padre, la chiave di ferro nero. Tutti oggetti che sembravano vibrare di una vita propria. “E la cripta?”
“La Cripta dei Ferretti è sotto il palazzo. Ma non è una tomba, signorina Vossi. È un archivio. Un deposito di segreti che la mia famiglia ha accumulato per cinque secoli. E, secondo il testamento di mio padre, lei ha il diritto di entrarci.” Gabriel fece un passo verso di lei, e per la prima volta Elena notò che tremava. Non di freddo, l’umidità del Mikveh era sgradevole ma non glaciale. Tremava di paura. “Ma c’è una condizione. Deve entrare stanotte, a mezzanotte, quando la luna è nascosta. E deve portare la Maschera. Senza di essa, la cripta non si apre. E senza di lei,” aggiunse, con un tono che suonò quasi come una preghiera, “io non sopravvivo alla settimana.”
“Perché lei?”
“Perché sono l’ultimo maschio dei Ferretti. E a Sorano, signorina Vossi, gli ultimi maschi di una dinastia non muoiono di vecchiaia. Muoiono di tradimento.”
La Donna dello Scialle Nero
Uscirono dal Mikveh separatamente, Gabriel per primo, scomparendo in un vicolo che Elena non riuscì a individuare, lei dopo un quarto d’ora, quando l’acqua del bagno rituale ebbe asciugato la sua paura.
Pitigliano era diverso a mezzogiorno. Il sole colpiva il tufo e lo trasformava in oro rosso, i turisti riempivano le strade con le loro macchine fotografiche e le loro domande senza risposta, il vecchio era tornato sulla panchina come se non fosse mai partito. Elena camminò verso il parcheggio, ma una voce la fermò.
“Non ha bevuto il caffè, signorina Vossi.”
Era la donna dello scialle nero. Adesso, nella luce del giorno, Elena poteva vederla meglio. Non aveva sessant’anni, ne aveva settantacinque, ottanta forse, con un viso segnato da rughe che sembravano mappe di territori esplorati e abbandonati. Gli occhi grigi erano ancora quelli di chi vede troppo, ma adesso Elena notò qualcos’altro: erano gli stessi occhi di Gabriel. Quello stesso azzurro intenso, sbiadito dal tempo ma riconoscibile.
“Lei è…”
“Bianca Ferretti. La zia che nessuno nomina. La madre che Gabriel non conosce.” La donna sorrise, e il sorriso trasformò il suo viso in qualcosa di quasi bello. “Sono stata io a scriverle la lettera. Sono stata io a darle la chiave. E sarò io, stasera, a guidarla alla cripta. Se ha il coraggio di seguirmi.”
Elena sentì il mondo inclinarsi leggermente, come quando si cammina su una nave in movimento. “La madre di Gabriel? Ma lui ha detto…”
“Che sua madre è morta. Lo so. È la versione ufficiale. La verità è che sono morta per la famiglia Ferretti, signorina Vossi. Morta socialmente, politicamente, esistenzialmente. Perché ho scoperto cosa nasconde la Cripta. E ho deciso che non volevo più farne parte.” Bianca si avvicinò, e l’odore del suo scialle, lavanda e qualcos’altro, qualcosa di più antico, di più minerale, riempì le narici di Elena. “Ma mio figlio è innocente. Non ha ucciso Lorenzo. Non avrebbe mai ucciso Lorenzo, nonostante tutto. Qualcuno sta cercando di incastrarlo. Qualcuno che vuole la Maschera. Qualcuno che vuole il potere che la Maschera rappresenta.”
“Chi?”
Bianca rise, e la risata suonò come vetro rotto. “Tutti, signorina Vossi. A Sorano, tutti vogliono il potere. La differenza è che alcuni sono disposti a uccidere per ottenerlo. E altri,” aggiunse, con un tono che fece gelare il sangue ad Elena, “sono disposti a uccidere per impedire che qualcun altro lo ottenga.”
Tese una mano. Nella palma, oltre alla chiave che Elena già possedeva, c’era un oggetto nuovo: una lettera, sigillata con ceralacca nera. Il sigillo raffigurava un serpente che si morde la coda.
“Il testamento di Valeria Volterra,” disse Bianca. “Scritto nel 1643, il giorno prima che morisse. Non è mai stato aperto. Non è mai stato trovato. Fino a ieri, quando ho scavato nella cripta con le mie mani, queste mani,” mostrò le palme, screpolate, sporche di tufo ancora fresco, “e l’ho trovato. Nascosto in una nicchia che solo una madre conosce.”
Elena prese la lettera. Pesante. Fredda. Viva, come la chiave, come la maschera, come tutto in quel borgo che sembrava respirare di una vita parallela alla sua.
“Perché me la dà?”
“Perché lei è l’unica che può leggerla, signorina Vossi. L’unica che ha gli occhi giusti. Gli occhi di chi cerca la verità non per potere, ma per giustizia.” Bianca si voltò, lo scialle nero che si muoveva come ali di corvo sembrò svolazzare “Mezzanotte. Porta del palazzo Ferretti, Vicolo della Fortezza 13. Venga sola. E venga preparata: quello che troverà sotto il tufo cambierà tutto quello che crede di sapere. Su Sorano. Su suo padre. E,” aggiunse, scomparendo in un arco così basso che Elena non avrebbe mai notato la sua esistenza, “su se stessa.”
Il Ritorno a Sorano
Elena guidò verso Sorano con la lettera di Valeria Volterra sul sedile accanto, la chiave di ferro nero nel cruscotto, e la maschera di pietra nella tasca del cappotto. Il paesaggio toscano scorreva fuori dal finestrino, colline morbide, cipressi che puntavano verso il cielo come dita accusatorie, vigneti che si preparavano al letargo invernale. Era un paesaggio che avrebbe dovuto rassicurare. Invece, ogni chilometro la avvicinava a qualcosa che sentiva come un precipizio.
Il suo studio a Sorano era ridotto a un guscio annerito. I vigili del fuoco avevano transennato l’ingresso, ma Elena scivolò sotto il nastro giallo e nero con l’agilità di chi ha praticato quel genere di intrusioni per anni. L’odore di bruciato era soffocante — non legno, non carta, ma qualcosa di più antico. Tufo bruciato. Pietra bruciata. Storia bruciata.
L’affresco era irriconoscibile. La Maddalena penitente era diventata una macchia nera e grigia, il suo volto di penitenza cancellato dal fuoco. Ma Elena non guardava l’affresco. Guardava la parete dietro l’altare, dove i pompieri avevano trovato la porta.
Era li. Una fessura nel tufo, larga quanto una persona, alta quanto un uomo curvo. Senza maniglia, senza serratura visibile. Solo una scanalatura nel centro, della forma esatta della Maschera di Vesta.
Elena estrasse la maschera dalla tasca. La pietra sembrava più calda adesso, quasi pulsante. La avvicinò alla scanalatura, e per un istante, un solo istante, ebbe la sensazione che la maschera la stesse guardando. Che gli occhi chiusi fossero sul punto di aprirsi.
“Non lo faccia.”
La voce veniva dall’ombra. Elena si voltò, la mano che stringeva la maschera come un’arma.
Era Marchetti. Ma diverso. Non più il commissario stanco e cinico, ma un uomo con una pistola in mano e un’espressione che Elena non aveva mai visto: terrore.
“Commissario…”
“Non sono qui come commissario, signorina Vossi. Sono qui come guardiano. Come lo sono stato per venticinque anni.” Marchetti abbassò la pistola, ma non la ripose. “Suo padre mi ha chiesto la stessa cosa, nel 2012. Di aprire quella porta. Di scoprire cosa c’era sotto. E io ho detto di sì. E lui è morto.”
Elena sentì il mondo fermarsi. “Mio padre… qui?”
“Giuseppe Vossi era il migliore amico di mio fratello. Entrambi cercavano la Verità. Entrambi la trovarono. E entrambi,” Marchetti deglutì, visibilmente, “pagarono il prezzo.” Fece un passo verso di lei, la pistola ancora in mano ma puntata a terra. “La Maschera non è un oggetto, signorina Vossi. È una chiave. E la cripta non è un archivio. È una prigione. Una prigione per qualcosa che la famiglia Ferretti ha tenuto chiuso per cinque secoli. Qualcosa che, se liberato, non potrà più essere rinchiuso.”
“Che cosa?”
Marchetti rise, e la risata era quella di un uomo che ha visto l’inferno e ne è tornato solo parzialmente. “La Verità, signorina Vossi. La verità su Sorano. Su Pitigliano. Su tutti questi borghi scavati nel tufo. La verità su chi li ha scavati, e perché. La verità,” aggiunse, con un tono che fece drizzare i capelli a Elena, “su cosa hanno trovato sotto la roccia. E su cosa hanno deciso di adorare.”
Elena guardò la maschera. Guardò la porta. Guardò Marchetti, con la sua pistola e il suo terrore e i suoi venticinque anni di segreti.
“E se volessi andarmene?” disse. “Tornare a Roma. Dimenticare tutto.”
“Potrebbe.” Marchetti annuì, serio. “Potrebbe, e sarebbe la scelta saggia. La scelta che suo padre avrebbe dovuto fare. Ma,” aggiunse, con un tono che suonò quasi come compassione, “non lo farà. Perché ho letto il suo fascicolo, signorina Vossi. So perché ha lasciato la Scientifica. So cosa è successo a Roma. E so che lei è qui non perché fugge, ma perché cerca. Cerca qualcosa che la renda viva. Qualcosa che valga il rischio di morire.”
Elena rimase immobile. Il tufo bruciato intorno a lei sembrava respirare, lento, pesante. La maschera nella sua mano pulsava come un cuore. E per la prima volta da quando era arrivata a Sorano, si sentì completamente, assolutamente, terribilmente viva.
“Mezzanotte,” disse. “Bianca Ferretti mi aspetta.”
Marchetti chiuse gli occhi. Quando li riaprì, erano quelli di un uomo sconfitto che ha appena accettato la propria sconfitta. “Allora venga con me. Le mostrerò un passaggio che nessuno conosce. Un passaggio che suo padre ha usato. E che, se Dio esiste e ha pietà, la porterà viva dall’altra parte.”
Si voltò, e scomparve tra le macerie dello studio. Elena lo seguì, la maschera in mano, la lettera di Valeria Volterra nella tasca, e la sensazione, crescente, inesorabile, che stesse per scendere in un luogo da cui non c’era ritorno.
Ma, per la prima volta dopo anni di sonnambulismo, non le importava.
Voleva scendere.
Il Passaggio di Marchetti
Il passaggio era una scala a chiocciola scavata nel tufo, così stretta che Elena doveva camminare di lato, con le spalle che sfioravano le pareti umide. Marchetti procedeva davanti a lei con una torcia che proiettava ombre danzanti sulle pareti curve, e il silenzio era rotto solo dal rumore dei loro passi e dal gocciolio lontano di acqua che non riusciva a identificare la sua origine.
“Quanto scende?” chiese Elena, cercando di mantenere la voce ferma.
“Ventitré metri. Poi un corridoio. Poi la cripta.” Marchetti non si voltò. “Suo padre ha scritto un diario, nel 2012. L’ho nascosto io, dopo la sua… scomparsa. Non l’ho mai letto. Non volevo sapere. Ma lei dovrebbe. Dopo stasera, dovrebbe leggerlo.”
“Perché dopo stasera?”
Marchetti si fermò. Si voltò, e nella luce della torcia il suo viso sembrava quello di un morto. “Perché stasera, signorina Vossi, scoprirà se vale la pena continuare a cercare. O se è meglio smettere. Come ho fatto io. Come ha fatto suo padre, troppo tardi.”
Riprese a camminare. Elena lo seguì, e mentre scendeva sentì qualcosa cambiare nell’aria. Non era più l’odore di tufo e muffa. Era qualcos’altro. Qualcosa di più antico. Qualcosa che sapeva di incenso e di sangue secco.
La scala terminò in una camera circolare, larga quanto una stanza da letto, con pareti lisce come se fossero state levigate da mani pazienti nel corso di secoli. Nel centro, un sarcofago di pietra nera, senza iscrizioni, senza decorazioni. Solo una forma umana scolpita con un realismo disturbante.
“La tomba di Valeria Volterra,” disse Marchetti, con voce ridotta a un sussurro. “O almeno, quello che la famiglia Ferretti vuole che si creda. Apra il coperchio, signorina Vossi. E scopra cosa c’è sotto.”
Elena si avvicinò al sarcofago. La pietra nera era fredda, liscia, viva in modo che le pietre non dovrebbero essere. Posò le mani sul bordo, e sentì qualcosa, una vibrazione, un respiro, un battito.
Sollevò il coperchio.
Era vuoto. Non un cadavere, non ossa, non polvere. Solo una cavità profonda, scavata nella roccia viva, e nella cavità…
Una scala. Che scendeva ancora. Più in basso. Molto più in basso.
“La cripta vera,” disse Marchetti. “Quella che nessuno conosce. Quella che Valeria Volterra ha scoperto nel 1643. Quella che ha portato alla sua morte. E alla morte di tutti quelli che l’hanno trovata dopo di lei.”
Elena guardò la scala che scompariva nell’oscurità. Guardò Marchetti, con la sua pistola e il suo terrore. Guardò la maschera nella sua mano, che sembrava pulsare più forte, più vicina, più viva.
“Mi accompagna?” chiese.
Marchetti scosse la testa. “Io sono il guardiano, signorina Vossi. Non l’esploratore. Scendo fin qui, e non oltre. Ma lei…” fece una pausa, e nei suoi occhi Elena vide qualcosa di inaspettato: speranza. “Lei ha gli occhi di suo padre. E se lui ha trovato qualcosa laggiù, qualcosa che valeva la morte, forse lei troverà qualcosa che vale la vita.”
Elena non rispose. Posò un piede sulla prima scala, poi l’altro. Sentì l’oscurità avvolgerla come un mantello, sentì il tufo chiudersi sopra di lei come una bocca.
E scese.
La scala sembrava infinita. Elena perse il conto dei gradini, del tempo, della direzione. Scendeva in un buio assoluto, con solo la luce della torcia che lei stessa portava, Marchetti gliela aveva data, con un gesto che sembrava una consegna, un passaggio di testimone
e il suono dei suoi passi che rimbalzava sulle pareti di pietra viva.
Poi, improvvisamente, la scala terminò.
Elena si trovò in una camera vasta, così vasta che la luce della torcia non riusciva a toccare le pareti opposte. Ma non era vuota. Nel centro, illuminata da una luce che non riusciva a identificare, fioca, verdastra, che sembrava emanare dalla roccia stessa, c’era una struttura.
Era un altare. Ma non cristiano, non ebraico, non di alcuna fede che Elena riconoscesse. Era fatto di ossa. Ossa umane, impilate, intrecciate, formando una piattaforma rialzata sulla quale giaceva…
Un corpo.
No. Non un corpo. Una forma. Una sagoma scolpita nel tufo, delle dimensioni di una persona, con gli occhi chiusi e le mani giunte sul petto. E sul volto, sul volto scolpito nella roccia viva, c’era una maschera.
Identica a quella che Elena stringeva in mano. Ma più grande. E viva. Perché mentre Elena guardava, gli occhi della maschera, gli occhi chiusi, si aprirono.
E la voce che ne uscì non era umana. Non era di questo mondo. Era il suono del tufo che parla, della roccia che ricorda, della terra che giudica.
“Sei tornata, Valeria.”
Elena voleva scappare. Voleva salire la scala, tornare alla luce, dimenticare tutto. Ma le gambe non le obbedivano. E la maschera nella sua mano, la sua maschera, la piccola, quella di pietra rossa, sembrava attrarla verso l’altare, verso la forma scolpita, verso gli occhi aperti che la fissavano senza vedere.
“Sei tornata,” ripeté la voce, e adesso Elena capì che non era la roccia a parlare. Era qualcosa nella roccia. Qualcosa che aspettava. Qualcosa che dormiva da cinque secoli, e che adesso, grazie a lei, grazie alla maschera, grazie alla sua ricerca di verità, si stava svegliando.
“E questa volta,” aggiunse la voce, con un tono che non era minaccia ma promessa, “non te ne andrai.”
Elena aprì la bocca per gridare. Ma il suono che ne uscì non era un grido.
Era una risata.
La sua risata. Amara, stanca, finalmente libera.
E mentre rispondeva alla voce del tufo, mentre la maschera nella sua mano si fondeva con la maschera sull’altare, mentre gli occhi scolpiti la fissavano con un riconoscimento che attraversava secoli, Elena capì che Marchetti aveva ragione.
Suo padre era morto per questo.
E lei — forse — stava per morire per lo stesso motivo.
Ma, per la prima volta nella sua vita, non le importava.
Perché finalmente, in quel buio assoluto, in quel silenzio di tomba, si sentiva completamente, assolutamente, terribilmente…
A casa.
Fine della Seconda Puntata
Seguici per la prossima puntata.